Principale

Un tetto per la Scuola

“Colui che apre la porta di una scuola, chiude una prigione” (V. Hugo).

Pajule, Uganda. Proseguono i lavori di realizzazione della “Saints Peter And Poul Nursary and Primary School”. Attualmente, si sta procedendo alla posa del tetto nel secondo dei due blocchi di aule che la nostra Diocesi sta realizzando nel villaggio e che costituiranno il nucleo didattico della scuola.

Puoi contribuire anche tu al progetto con una donazione su:

UFFICIO DIOCESANO PER LA COOPERAZIONE MISSIONARIA TRA LE CHIESE
IT 37 B 0311179820000000060257 (UBI Banca, Fil. Nardò)
Causale: MISSION IS POSSIBLE

Ottobre missionario 2018

Giovani per il Vangelo: è questo il nuovo slogan per la Giornata missionaria mondiale 2018.

Si tratta di una scelta che la Fondazione Missio, in quanto organismo pastorale della Cei, suggerisce alle nostre comunità diocesane, facendo tesoro delle indicazioni fornite dal Comitato esecutivo delle Pontificie Opere Missionarie (PPOOMM) con l’approvazione del Cardinale Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. Il suddetto Comitato ha infatti proposto che il tema generale della Giornata fosse: “Insieme ai giovani, portiamo il Vangelo a tutti”,  in linea con i contenuti della XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi che si svolgerà a Roma il prossimo Ottobre dal titolo  “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”.

Da rilevare che due sono le dimensioni che caratterizzano la lettura e dunque il significato dello slogan “Giovani per il Vangelo”. Anzitutto si evince una valenza fortemente vocazionale, in riferimento alla necessità impellente di giovani disposti a dare la vita per l’annuncio e la testimonianza del Vangelo e dunque la causa del Regno. Dall’altra vi è il richiamo alla freschezza dell’impegno ad gentes che riguarda le comunità cristiane nel loro complesso, indipendentemente dall’età anagrafica. Per essere missionari/e bisogna sempre e comunque avere un cuore giovane.

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In ricordo di Padre Raffaele di Bari

Raffaele di Bari è un missionario comboniano di 71 anni, nato a Barletta, che si dedica da un quindicennio al riscatto dei bambini soldato nel Nord dell’Uganda e che viene ucciso in un’imboscata il 1° ottobre 2000 mentre è in viaggio dalla sua missione di Opit verso Acholi Bur.

Il direttore di Misna, Giulio Albanese, e la giornalista del Corriere della Sera Maria Grazia Cutuli ritennero credibile che fosse stato ucciso dai ribelli del Lord Resistence Army per il suo impegno a protezione della popolazione. Uomo estroso e generoso, chiamato “Don Chisciotte” per il continuo impegno a costruire mulini, così aveva descritto la situazione della propria missione in una lettera del 20 febbraio 1997:
Qui la popolazione vive da 11 anni in un clima di guerriglia e di terrore per la presenza di criminali e feroci banditi. E’ diventato normale vivere in tensione e paura. Per solidarietà con la gente anch’io sono tranquillamente agitato, alle volte scosso, traumatizzato e arrabbiato per tutto quello che succede. Sembra strano ma i ragazzi ignorano cosa vogliano dire pace e benessere, convinti che in tutto il mondo vi sia identica realtà e analoga situazione di guerra. Sono tanti i bambini che ti vengono incontro con due occhini lucidi e con semplicità ti sorridono tristi nella speranza di ricevere qualcosa. Un solo biscotto o una zolletta di zucchero pur rendendoli momentaneamente felici non risolvono il loro problema. Attualmente nella nostra residenza di Opit abbiamo moltissimi rifugiati e sfollati e ognuno di loro ha da raccontare tragici episodi di parenti uccisi, bambini e giovani rapiti e portati in Sudan, capanne e case bruciate e tanti mutilati per lo scoppio di mine. Non credo di essere incosciente e spericolato vivendo in questa zona ad alto rischio, tra gente poverissima e in balia di tante calamità. Sempre con prudenza bisogna scomodarsi e sapere rischiare. E’ proprio nella solidarietà con questa gente che mi sono realizzato per manifestare con coerenza la mia fede.

Maria Grazia Cutuli aveva narrato due anni prima sul Corriere della Sera una razzia dei guerriglieri dalla quale il padre Raffaele si era salvato per miracolo:

“Padre, vieni fuori”, hanno gridato. “Vieni fuori o t’ammazziamo”. Padre Raffaele Di Bari, 69 anni di cui quasi 40 passati nel Paese centrafricano, ancora oggi non sa come sia uscito vivo dai 70 e passa colpi sparati dentro la sua stanza. “L’attacco è durato più di tre ore – racconta –. Fino a quando i militari del governo non hanno cominciato a bombardare”. Ma a quel punto i ribelli avevano ottenuto il loro scopo: si erano portati via una ventina di bambini. “Soltanto nella mia missione – racconta il padre – quest’anno sono spariti 400 ragazzini”. 

In una corrispondenza per l’agenzia Misna aveva scritto di sé queste parole impegnative qualche giorno prima di essere ucciso: “In tanti anni d’Africa la missione più grande che abbia mai ricevuto dal Signore è stata quella di dare voce a questa gente, denunciando le atrocità che i ribelli commettono quasi quotidianamente su vecchi e bambini”.
Regalava agli amici una preghiera che aveva composto in forma poetica, nella quale Dio Padre risponde dal Cielo alle invocazioni di chi gli si rivolge con la preghiera di Gesù:

Figlio mio,
che sei su questa terra,
preoccupato, triste e tentato,
ti chiamo per nome,
ti conosco e ti amo.
Non avere paura,
non sarai mai solo,
ti sarò sempre accanto,
insieme spargeremo il seme della vita
che ti dono in eredità. 
Desidero solo che tu faccia
la mia volontà.
Non preoccuparti:
ti darò cibo per ogni giorno
da dividere col tuo prossimo
più povero, in solidarietà.
Sappi che ti perdono ogni peccato
anche prima che tu pecchi;
ti chiedo solo di perdonare
tutti quelli che ti offendono.
Per non soccombere alla tentazione
afferra la mia mano
con forza e fiducia.
Ti libererò dal male,
figlio mio,
a me tanto caro.

Da padre Raffaele non ci si accomiata facilmente. Lo faccio con un ultimo omaggio: riportando per intero l’articolo che gli dedicò in morte la collega Maria Grazia Cutuli su Sette, il magazine del Corriere della Sera, il 19 ottobre 2000. Maria Grazia l’aveva conosciuto e l’ammirava. La sua testimonianza è significativa perché si trovò spesso a trattare di missionari nel suo lavoro di reporter per il quale ha dato la vita a 39 anni, in Afghanistan, il 19 novembre 2001.

Il testamento di Padre Raffaele di Bari
Di Maria Grazia Cutuli – “Sette” 19 ottobre 2000
La morte lo incalzava. P. Raffaele di Bari se l’era scrollata di dosso una mezza dozzina di volte. Con noncuranza, persino con ironia. “Hanno scaricato 73 proiettili contro le finestre della mia stanza. Ma sono riusciti solo a graffiarmi la pelata”, ci aveva raccontato tempo fa, dopo uno dei tanti attacchi dei ribelli alla sua missione, nel Nord dell’Uganda. L’ultima volta, prima che lo uccidessero, non scherzava più: “al telefono piangeva”, ricorda p. Giulio. Poi è arrivata la resa dei conti. Domenica primo ottobre, i kalashnikov hanno colpito giusto: p. Raffaele è morto, a quattro chilometri dalla missione di Pajule.
Era un prete da barricata. I confratelli lo chiamavano “Don Chisciotte” per il suo entusiasmo a costruire mulini. Ma quel soprannome indicava anche una sfida, disperata e solitaria. Padre Raffaele, 71 anni, missionario comboniano, originario di Barletta, in provincia di Bari, in Uganda dal 1956, stava dalla parte degli Acholi, una delle più estese e martoriate tribù del Paese. Difendeva i loro bambini, rapiti, arruolati con la forza nelle file dell’Esercito di Resistenza, il fronte guerrigliero che dal 1986 combatte contro il regime. L’aveva fatto anche la sera prima di morire, quando aveva accolto in chiesa la gente in fuga dai villaggi vicini. I guerriglieri avevano dato fuoco alle capanne. E p. Raffaele aveva offerto la sua protezione. Emergenza di routine, nel Nord dell’Uganda.
L’indomani si preparava a viaggiare verso Acholi Bur, un centro a una ventina di chilometri, dove avrebbe dovuto celebrare alcuni battesimi. Aveva chiesto in giro se la strada fosse sicura. “Tutto a posto”, gli avevano detto. “Ci sono i militari del governo a pattugliare la zona”. Padre Raffaele si era messo in cammino, accompagnato da una suora e da un catechista, con il suo Suzuki, la barba bianca, gli occhiali da sole. Ma qualcuno, nascosto tra le sterpaglie, aspettava da ore. I kalashnikov hanno centrato la jeep. Hanno rapito il catechista e dato fuoco all’auto. Padre Raffaele è morto sul colpo. Il suo corpo è stato lasciato là, tra le fiamme. Volevano colpire proprio lui? In un continente come l’Africa, la Chiesa dei poveri piange spesso i suoi martiri accontentandosi di ipotesi. Ma nel caso di p. Raffaele non mancavano le ragioni perché qualcuno tentasse di farlo fuori: “Se non parliamo per denunciare le ingiustizie, tradiamo la nostra vocazione. Prestare la nostra voce a questa povera gente è più importante che costruire scuole, ospedali, chiese”, aveva ripetuto più volte.
Quando l’avevamo incontrato a Milano, non si dava pace: “Capisco che in Italia vi interessano di più le sfilate di moda, ma bisogna fare qualcosa per fermare la strage”. Aveva con sé il documentario realizzato da un amico sulle vittime della guerriglia: “Quest’anno hanno rapito più di 400 bambini nella mia missione. Altri 1.400 in quella di p. Tarcisio”. Nello stesso periodo era stato pubblicato anche il rapporto dell’Unicef che parlava di 8 mila bambini dagli otto anni in su, sottratti alle famiglie, sequestrati nelle scuole, catturati nei villaggi per alimentare le fila dell’Esercito di Resistenza. “I ragazzini subiscono violenze inaudite”, spiegava p. Raffaele. “Sono costretti a marciare e trasportare pesi per centinaia di chilometri, a uccidere i loro compagni. A ogni segno di disobbedienza, vengono torturati o mutilati. Le bambine vengono stuprate e spesso prendono l’Aids. Quelli che riescono a tornare a casa, rimangono traumatizzati per sempre. La religione non c’entra. Gli interessi sono politici. Khartum utilizza l’Esercito di Resistenza per un doppio scopo: destabilizzare il regime ugandese e combattere contro i ribelli attivi nel sud del Sudan”.
Padre Rodriguez era in vacanza quando l’amico è morto. “Gli avevo comprato una bottiglia di liquore”, dice. “Credo che la verserò vicino alla sua tomba. È così che il popolo degli Acholi onora i suoi antenati eroici”.


Autore: 
Luigi Accattoli
Fonte: www.luigiaccattoli.it
tratto da santiebeati.it